S. M.di Licodia

Geografia

Sorge a m. 442 s.l.m., sul versante sud occidentale dell’Etna. Il comune è circondato da lussureggianti campagne coltivate per lo più ad agrumi e uliveti nella parte bassa, e a vigneti nella zona alta. La ferrovia Circumetnea e l’ex strada statale 121, ideata durante l’epoca borbonica, che nel centro abitato prende nome di Via Vittorio Emanuele, attraversano l’abitato. Dal capoluogo di provincia è ben raggiungibile attraverso la strada a scorrimento veloce Catania-Paternò. La Città fa parte dell’arcidiocesi e dell’area metropolitana di Catania, ed è inserita tra i comuni del Parco dell’Etna.

Storia

Le origini

La storia dell’odierna Santa Maria di Licodia, ha origine remote. Secondo quando affermano numerosi storici, la città odierna sorge in loco dell’antica città di Inessa, le cui genesi risalirebbe all’epoca della dominazione Sicana della Sicilia, ovvero al secolo XII o XI a.C. Ciò trova riscontro in un testo dell’autore greco Polieno il Macedone, il quale al capitolo V dei suoi “Stratagemmi” narra di un artificio di Falaride a danno della città di Inessa;

« Tetua Tiranno di Inessa fu vittima di uno stratagemma di Falaride venuto in Sicilia, nella città di Agrigento, con l’incarico dell’esazione del pubblico denaro per l’erezione del tempio di Giove.Acquistata una grande quantità di materiali, li chiuse in una fortezza, e con buon numero di stranieri venuti segretamente, s’impadronì della città e se ne fece tiranno. (dal 570 al 555 a.C.) Con perfidia pari all’ambizione ed alla sua crudeltà dell’animo, cercò di allargare i confini del suo dominio, e sottomettere le città Sicane tra cui Inessa. Si volse a Teuta che n’era tiranno e con ambasciata solenne gli fece intendere di desiderare come sposa la figlia. Tetua, lusingato, acconsentì; ma quando fu tempo di condurre con sé la giovane, si fece precedere da soldati in abito di donzelle come se recassero doni nuziali, e quando furono dentro la città la occuparono senza ostacoli (secolo V). »

Inessa muta nome in Etna

Gerone I tiranno di Siracusa, si impose con la forza per affermare l’autorità delle città doriche sulle calcidiche. Marciando quindi suCatania, la conquistò, popolandola di coloni greci e siracusani e mutò il suo nome in Etna, dal vicino vulcano nell’anno 476 a.C.

Al suo breve governo successe il fratello Trastibulo, che però a causa del suo mal governo dovette fuggire. Caduta la dinastia Gelonica, i catanesi cacciati dalla loro patria, approfittando della disfatta di Trastibulo e con l’ausilio del principe siculo Ducezio, marciarono verso la città. Gli etnei (catanesi), cacciati dalla città, ottennero di potersi ritirare nella città di Inessa, che occuparono nel 461 a.C. In memoria dell’antica patria perduta essi ne mutarono il nome in Etna.

Busto femminile in terracotta del secolo V a.C., rinvenuto in contrada Civita

Gli storici però non dimenticarono l’antico nome, e chiamarono la città promiscuamente sia Etna che Inessa.

L’occupazione romana

Durante il periodo di dominazione romana della Sicilia, esattamente ai tempi di Cicerone (73-70 a.C.), la città di Etna era alquanto famosa per la coltura del grano. Essa faceva parte delle città dette “Decumane”. Come tutti i centri siciliani, toccò anche ad essa la sorte di subire le angherie del Console Romano Caio Verre. Narra Cicerone, nel libro III delle Verrine, un fatto avvenuto nel foro di Etna.

« un certo Ninfodoro da Centuripe, venuto nella città di Etna a chiedere giustizia ad Aprono, Ministro di Verre, per la restituzione del frumento, da questi fu impiccato in un oleastro che si trova in una piazza di Etna »

Verre in tale periodo, faceva preparare agli abili tessitori della città, delle stoffe pregiate in porpora. Etna, come altre città della Sicilia, possedeva la sua zecca in grado di coniare monete. Filippo Paruta ne descrive due esemplari; in una moneta erano rappresentati la testa di Apollo e nel rovescio un milite armato con asta. Un altro conio raffigurava la testa della dea Cerere coronata di spighe, e sul rovescio la cornucopia. Entrambe portavano incisa la scritta “Aitnain”. Appo Antonio, nel suo itinerario delle città romane parla di Etna, segnandone le distanze. Della città si hanno notizie fino all’epoca imperiale, 117 d.C. ma nessuno segna la data della sua decaduta, né l’evento che segnò la sua definitiva distruzione, probabilmente dovuta a movimenti tellurici.

Etimologia del nome Licodia

L’odierno nome di Licodia, ha senz’altro origini greche, ed è stato interpretato in parecchie versioni. Alcuni sostengono che la radice “lukos” deriverebbe dal greco lupo, quindi “Terra dei lupi”. La stessa ipotesi è stata formulata per il nome del comune di Licodia Eubea, sito di origine greca. A ciò fa riferimento la scritta greca sulla Icona della Madre di Dio di Licodia, venerata nella Chiesa Madre, che così cita;

« O Augusta Madre di Dio, guidaci nel cammino dei lupi »

Altri invece sostengono che deriva dal termine bosco, in riferimento alla distesa boschiva che copriva ormai il territorio su cui un tempo sorgeva la città romana. Altre opinioni invece asseriscono che significa bella vista, in quanto dalla timpa cittadina, si gode un’ottima veduta sui monti Erei e sulla Piana di Catania.

Il Medioevo e la fondazione del Monastero

(LA)« Propter quod dedimus tibi Monacho Hieremiae et omnibus qui erunt et dominabuntur post te imperpetuum, Monasterium, scilicet, SANCTAE DEI GENETRICIS LICODIAE una cum vineis et terris » (IT)« Per questo abbiamo dato a te Monaco Geremia e tutti quelli che saranno e regneranno dopo di te in avvenire il Monastero, della Santa Madre di Dio di Licodia assieme alle vigne e alle terre »
(Diploma di fondazione del conte Simone di Policastro del 1143)
La Madonna di Licodia

L’antica statua della Madonna del Robore Grosso, trafugata nel 1974Il nome stesso del nostro comune richiama subito alla memoria la Madonna sotto il titolo di Licodia, culto anticamente tributato nella chiesa madre e che oggi è quasi del tutto decaduto.L’immagine a cui si fa riferimento è il prezioso manufatto di origine bizantina della Madonna del Robore Grosso, del secolo XII, proveniente dal monastero omonimo di Adrano e trasferita nella chiesa monastica al tempo dell’abbaziato di De Soris. Un simulacro su cui fioriscono leggende che alimentano la fantasia popolare, che lo pone come archetipo della cristianità licodiese. Si tratta di un’opera (ci piace pensare che la statua ancora esista) di grande valore storico, un’opera degna di ammirazione per i profondi significati teologici ed artistici. L’immagine richiama l’iconografia orientale della Madonna dell’Odigidria o dell’Itria, Colei che indica la Via, particolarmente diffusa nella Sicilia. Tipica dell’arte bizantina la staticità del corpo, la ieraticità dei volti dalla forte similitudine, la mano di Maria che indica il Figlio e la grande mano di Cristo, simbologia della grandiosità dell’opera di Dio attuata in Maria. Ma Santa Maria di Licodia non fu solo un’immagine, fu il “genius loci” licodiese, fu simbolo dell’Abbazia, riferimento degli abati e tutela del popolo. Giacomo De Soris, nel cui stemma araldico compare l’albero di Rovere, si fa raffigurare nel suo sigillo in abiti pontificali, inginocchiato in preghiera sotto l’effige di Santa Maria di Licodia avvolta in un ampio manto, assisa in trono sotto un baldacchino gotico.

Una chiesa dedicata alla Madre di Dio, esisteva sin dall’epoca dell’occupazione saracena della Sicilia, nella contrada denominata Licodia. Con l’occupazione Normanna della Sicilia, inizia il processo di ri-cristianizzazione dell’isola, che venne affidato agli Ordini Religiosi, quali i Benedettini, con la fondazione di vari monasteri e abbazie disseminati nel territorio. Presso la chiesa esistente a Licodia, il Conte Simone di Policastro, Signore di Paternò, volle fondare un monastero benedettino. Con diploma dell’agosto 1143, la chiesa e il cenobio, venivano affidati al monaco cassinense Geremia di Sant’Agata e ai suoi seguaci, donandogli i vasti possedimenti che stavano intorno al monastero, con l’obbligo di renderli fruttuosi, e la facoltà di fondare un casale soggetto solo all’autorità del priore. Sicché il Monaco non mancò di dare ai contadini e agli agricoltori che ne facevano richiesta un appezzamento di terreno da coltivare e uno spazio nelle adiacenze del monastero per potervi costruire l’abitazione. In tal modo ebbe origine l’odierna città che, dal nome del monastero della Madre di Dio e della contrada, si chiamò Santa Maria di Licodia. Al monastero fu riconosciuto il diritto-privilegio di esercitare la sua funzione giuridico- amministrativa, sui feudi e sull’abitato di appartenenza.

Stemma Abbaziale

Elevazione ad Abbazia e concessioni

Per privilegio del Vescovo Ruggero, nel dicembre del 1205, il monastero della Madre di Dio di Licodia, nella persona del suo priore Pietro Celio, già monaco di Sant’Agata, veniva innalzato alla dignità Abbaziale, con facoltà a tutti i successivi abati, di far uso delle insegne vescovili della mitria dell’anello e del baculo. In tale occasione la Chiesa abbaziale di Santa Maria (Chiesa Madre), venne dichiarata sacramentale. Con la medesima, alla novella abbazia venivano accorpati, per munificenza di re Federico II d’Aragona, i cenobi benedettini di San Leone del Pannacchio, destinato alla cura dei frati infermi, e San Nicolò l’Arena. Il vescovo Marziale il 25 luglio del 1359, confermava la riunione canonica dei cenobi, sotto la giurisdizione dell’Abate di Santa Maria di Licodia, mentre veniva stabilito che presso il monastero di San Nicolò l’Arena risiedesse un priore o un sub priore designato dall’abate. Nel 1336 l’Abate Jacopo de Soris, vicario generale della Chiesa di Catania, con un decreto del marzo 1344, riformò il monastero trasferendolo più a nord, nell’attuale sito dove l’aria era più salubre, dove già aveva posto la sua residenza. In questo periodo lo sviluppo urbanistico del casale di Licodia fu notevole, tanto da distinguersi in Licodia Vetus e Licodia Nova. Con diploma datato in Catania il 15 gennaio 1334, laRegina Eleonora, moglie di Federico II, rese esente l’Abbazia Licodiese da qualsiasi soggezione alla Curia Reggia e lo arricchì di beni e privilegi. Il figlio Pietro II, con diploma messinese del 10 novembre 1341, liberò l’Abbazia da ogni tassa imposta e da imporsi in futuro. Clemente VI, con bolla dell’11 e 15 marzo 1392, approvava e sanciva tali concessioni. Ulteriore conferma diede il Re Martino I in Catania, il 20 agosto del 1392.

Nel 1358, il priorato di Santa Maria del Robore Grosso, (da cui probabilmente derivava l’antica statua già venerata nella chiesa Madre), sito presso Adrano, e fondato nel 1356 da Adelasia nipote del Conte Ruggero, diveniva pertinenza dell’Abbazia Licodiana. Ad essa venivano annessi i feudi di Granirei, dell’Isola Carobene, e dell’isola Lanolina in Malta. Il 26 luglio 1425Bianca di Navarra, vedova del Re Martino il Giovane, concedeva all’Abbazia le “Consuetudini Licodiesi”, una raccolta di decreti che sancivano l’amministrazione e la legislazione dell’Abbazia

Stemma dell’Abate Vescovo Platamone, infisso sulla Torre campanaria

di Santa Maria di Licodia.

La bolla di Eugenio IV, del 1443, liberava l’abbazia dalle decime e dai sussidi dovuti alla Camera Apostolica. Lo stesso pontefice, sotto l’abate Pietro Rizzari, unì all’Abbazia il monastero benedettino di Santa Maria della Valle di Giosafat inPaternò. Nel 1483, per iniziativa promossa dall’Abate Mauro Truglio, si formò la Congregazione Benedettina Sicula, approvata da Papa Sisto IV sotto il titolo di Società Sicula di San Benedetto.

Declino dell’Abbazia

Con la realizzazione nel secolo XVI della “Reggia Benedettina”, ossia il grandioso Monastero di San Nicolò l’Arena, dentro le mura della città di Catania, il priorato si trasferì dalla Casa Madre di Licodia a Catania. L’abate però serbò il titolo di Abate di Santa Maria di Licodia e San Nicolò l’Arena, a cui spettava il diritto di sedere presso il Parlamento Siciliano, come membro del braccio ecclesiastico e successivamente, in seguito alla costituzione siciliana del 1812, come pari spirituale. Nella Casa di Licodia rimasero diversi monaci guidati da un priore, sostituito in seguito da un sub priore a causa della diminuzione dei monaci. I Padri Benedettini rimasero tuttavia amministratori dei feudi licodiesi e guide spirituali fino alla soppressione e allo scioglimento delle congregazioni religiose del 1866. Ultimo abate fu il Beato Giuseppe Benedetto Dusmet.

Ottavio Branciforti, vescovo di Catania, nelle sue relazioni descrive lo stato del monastero licodiese nel secolo XVII.

« “…Fra il monte Etna e Paternò sorgeva Inessa, nome non sconosciuto di città, oggi chiamata “Civita”; quantunque altri ritengono che si tratti di Hybla Maior, sepolta dalle lave dell’Etna; ipotesi che non è suffragata da alcuna prova.C’è Licodia un celebre monastero di Benedettini un tempo famoso; oggi vi abitano solo pochi monaci, gli altri con le rendite sono stati trasferiti al monastero di Catania…” »

L’antico Chiostro dei Benedettini prima della demolizione del 1929

È giusto accennare che nello stesso secolo anche il complesso monastico e la chiesa subirono profondi rimaneggiamenti strutturali, che modificando il prospetto architettonico, mirarono quasi a cancellare il ruolo spirituale e culturale dell’antica casa.

Nei primi decenni del secolo XVIII, nacque e si affermò a Licodia l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e delle Anime Purganti, composta da cittadini licodiesi, biancavillesi e da monaci benedettini. Essa ricoprì un ruolo sociale ed anche economico all’interno della comunità, oltre a ricoprire il principale ruolo spirituale. I confrati animati da zelo e dalla munificenza dei Padri Benedettini, si impegnarono nella costruzione di una nuova chiesa dedicata al Santissimo Salvatore o Crocifisso, addossata al muro mediano della chiesa monastica, con cripta atta alla sepoltura dei fedeli.

Caduta del regime feudale, e nascita del nuovo Comune

La fine del potere feudale, emanato con Real Decreto dell’11 ottobre 1817, portò seri sconvolgimenti alla comunità licodiese, che subì la perdita dell’antica autonomia giurisdizionale e territoriale, e l’autonomia amministrativa e fu accorpata al comune di Paternò. Da qui numerose iniziative, suppliche e richieste, incitate anche dai Padri Benedettini, vennero inoltrate dai cittadini licodiesi, onde riottenere l’autonomia. Con Regio Diploma del 22 agosto 1840, entrato in vigore il I gennaio 1841, Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie, concesse l’autonomia al comune di Santa Maria di Licodia, rendendolo indipendente da Paternò.

« ….A contare dal 1º gennaio 1841, il Villaggio di Licodia, in Provincia di Catania sarà elevato a Comune con amministrazione isolata, ed indipendente da quella di Paternò, cui è attualmente aggregato… »
(Dal decreto di Ferdinando II di Borbone del 1840)

I moti rivoluzionari che divamparono in Sicilia nel 1848 trovarono il novello Comune, immerso nei problemi dovuti alle controversie per la divisione del territorio, risolte solo nel1878. Ciononostante i cittadini licodiesi parteciparono in maniera attiva alle insorgenze, caratterizzandole con istanze legate alle esigenze locali, come si è potuto evincere la libro “Fatto storico degli avvenimenti criminosi in Santa Maria di Licodia nel mese di agosto 1848”, edito in Catania nel 1849. Nel 1867, l’epidemia colerica noceva vittime anche nel comune. In questo periodo di grande disagio il Cardinale Dusmet, arcivescovo di Catania, visitava e confortava i poveri e gli infermi. In questa triste occasione consacrò il paese alla Madonna. Nel 1878 il cardinale tornava per esaudire le richieste dei cittadini licodiesi, e concedere i festeggiamenti, patronali in onore a San Giuseppel’ultima domenica di agosto